lunedì 10 agosto 2026

Divorziare dalle Illusioni: 10 domande (senza filtri) sulla vita di coppia- Presentazione del 7 agosto 2026






























In occasione della presentazione del libro Divorziare dalle Illusioni tenutasi a Ginosa Marina il 7 Agosto, proponiamo il resoconto completo dell'intervista a Mino Russo. Un percorso in 10 capitoli che smantella i falsi miti della relazione moderna per ritrovare l'autenticità del legame di coppia.
Grazie  di cuore a Nico Calabrese che ha reso possibile il tutto.



1. Sulla "Sirena dell'anima gemella"

Domanda: Nel primo capitolo tu sostieni che cercare la "metà della mela" sia di fatto una condanna all'infelicità, perché ci spinge a innamorarci di un ologramma o di uno specchio. Se ci togli l'illusione romantica dell'anima gemella che ci completa senza fatica, cosa ci resta? Dobbiamo forse rassegnarci ad amare un "prodotto difettoso" pur di non restare soli?

Risposta: L'amore non consiste nel cercare qualcuno che riempia i nostri vuoti. L'amore adulto inizia esattamente nel momento in cui finisce l'illusione della perfezione. Non si tratta affatto di rassegnarsi a un "prodotto difettoso", ma di compiere un atto di volontà, scegliendo attivamente di accogliere la persona reale nella sua totale imperfezione. L'amore non è una statua già finita da trovare per strada, ma un blocco di marmo grezzo che la coppia scolpisce insieme con fatica, sudore e colpi di scalpello. È simile all'arte giapponese del Kintsugi: le crepe delle differenze e delle incomprensioni non si nascondono, ma si riempiono con l'oro della volontà, rendendo il legame ancora più prezioso e solido di prima.

2. Sull'individualismo e l'"Io prima di tutto"

Domanda: Oggi la società della performance ci bombarda con il mantra del "self-love", dicendoci che l'amore di sé viene sempre prima dell'amore per l'altro. Tu invece scrivi che presidiare i propri spazi con i fucili spianati trasforma la coppia in un bunker. Ma in un'epoca in cui abbiamo lottato tanto per l'indipendenza, ci stai davvero chiedendo di tornare ad annullarci per far respirare la relazione?

Risposta: Nessuno chiede di tornare al sacrificio cieco o all'annullamento di sé, tipico di una mentalità antica e servile. Il vero salto è passare dall'individualismo a una visione sistemica che si prende cura della "Terza Entità", ovvero il "Noi", che è la casa in cui il nostro stesso Io abita. L'uomo è strutturalmente un essere relazionale: per trovarsi e realizzarsi, deve compiere un esodo da se stesso verso l'altro. Bisogna distinguere tra autarchia, che è la presunzione di bastare a se stessi, e autonomia. Una coppia sana è formata da due persone autonome che, proprio come le due metà di un arco architettonico, si inclinano e si appoggiano l'una all'altra: se restano dritte e distanti, non costruiscono nulla.

3. Sul sesso come prestazione

Domanda: Il terzo capitolo affronta un tabù: l'ansia da prestazione coniugale. Sembra che tu voglia rassicurare le coppie stanche, affermando che la mancanza di "fuochi d'artificio" o un momento di défaillance fisiologica siano la normalità. Non c'è il rischio che questa visione diventi una comoda scusa per giustificare la pigrizia sotto le lenzuola e smettere di desiderarsi?

Risposta: Al contrario, l'amore maturo non giustifica la pigrizia, ma richiede una vera e propria disciplina dell'intimità. Bisogna sfatare il mito che il desiderio debba essere sempre spontaneo: nella vita di coppia a lungo termine il desiderio è soprattutto responsivo, ovvero si attiva e fiorisce mettendosi nelle giuste condizioni di intimità, anche quando si parte da uno stato di neutralità. Se si smette di guardare al corpo dell'altro come a un oggetto utile per la propria performance e si inizia a vederlo come un linguaggio, l'ansia scompare. In questa ottica, anche una défaillance non è un guasto meccanico da giudicare, ma un momento di verità umana che esprime stanchezza o bisogno di dolcezza, diventando paradossalmente un vertice di intimità.

4. Sull'equivoco della passione eterna

Domanda: Nel libro affermi che l'amore vero matura esattamente quando finiscono le "farfalle nello stomaco" e il vulcano si spegne. Arrivi persino a proporre la monotonia come porta d'accesso alla profondità del rapporto. Ti faccio una domanda brutale: perché dovremmo restare insieme in un mare piatto, quando là fuori è pieno di distrazioni pronte a riaccendere la fiamma?

Risposta: Perché la fiamma generata dalle distrazioni esterne è come la paglia: brucia in modo vistoso ma si consuma rapidamente e non dura. L'Eros da solo, se non è purificato e unito all'Agape (l'amore di donazione), diventa egoismo e si spegne non appena il partner smette di essere un dispensatore di dopamina. La monotonia è fondamentale perché funge da "soglia del profondo". Quando si resiste alla fase in cui la biologia toglie l'ormone dell'innamoramento, si entra nella vera intimità. A quel punto, l'Eros risorge sotto forma di brace, che dura molto più a lungo e scalda davvero. La novità non si trova cambiando partner, ma esplorando nuovi livelli di profondità in chi si ha accanto.

5. Su Instagram vs. Realtà

Domanda: Definisci il pubblico dei social network come un "terzo incomodo" ben più invasivo di una suocera. Ma oggi, se non celebro la mia felicità online, non sto forse nascondendo il mio amore? Cos'ha di così salvifico questa "gioia di perdersi le cose" (JOMO) che tu proponi come antidoto alla vetrina digitale?

Risposta: Essere visti e ricevere approvazione è facile, ma il bisogno umano più profondo e vitale è quello di essere realmente conosciuti per ciò che si è. L'intimità ha bisogno di una dimensione sacrale del segreto, di confini che separino il "dentro" dal "fuori". Trasformare la relazione in un'esibizione per un pubblico impedisce di sentirsi al sicuro, perché si finisce per recitare una parte performante. La JOMO, ovvero la gioia di perdersi le cose, salva la coppia perché restituisce il valore del momento "non instagrammabile". Permette di godere di un'esperienza per il suo valore intrinseco e non per i "like", ricordando che l'amore vero è quello che resiste nel mercoledì pomeriggio piovoso a telefoni spenti.

6. Sul divorzio come via facile

Domanda: Quando due persone non si sopportano più, il divorzio ci viene venduto come la via più igienica e logica, come rottamare un'auto che ha il motore rotto. Tu invece citi il "peso specifico" delle fedi nuziali e affermi che l'oro lascia comunque un segno sul dito. Ci stai dicendo che è meglio sopravvivere in un ergastolo domestico infelice piuttosto che cercare la leggerezza di una vita nuova?

Risposta: Non propongo affatto l'ergastolo domestico né la rassegnazione infelice, ma metto in guardia dall'inganno della fuga. Il divorzio facile illude che basti cambiare l'altra persona per risolvere i problemi, ma in realtà nella relazione successiva si portano le proprie medesime fragilità e coazioni a ripetere. La vera alternativa a queste due opzioni è la "ri-scelta", ovvero passare a un patto matrimoniale 2.0. Le crepe che si aprono nel rapporto non indicano che la struttura va abbattuta, ma che occorre costruire ponti o riempirle con l'oro della consapevolezza. Il gelo che si prova non è la morte dell'amore, ma l'inverno in cui le radici si stanno preparando per la primavera.

7. Sulla vertigine della differenza

Domanda: Nel settimo capitolo ti avventuri su un terreno minato, criticando l'uguaglianza piatta e definendo l'uomo come "impeto" e la donna come "spazio". Non hai paura che parlare oggi di "genio femminile" e di differenze innate tra i sessi ti faccia passare per un conservatore che vuole riportare le lancette dell'orologio indietro di un secolo?

Risposta: Il vero errore culturale contemporaneo è aver confuso l'uguaglianza, che riguarda il valore etico e la pari dignità, con l'identità biologica e ontologica. Negare che maschio e femmina abbiano due modalità differenti di stare al mondo impoverisce la relazione. La donna possiede il genio di "fare spazio", un potere accogliente e autenticante che dà all'uomo un porto sicuro, mentre l'uomo esprime un "impeto" che, se custodito dalla donna, si trasforma in protezione e capacità di costruire. Ammettere questo non è un ritorno al passato, ma il raggiungimento di una "sintesi mirabile" dove non ci si colonizza emotivamente, ma ci si soccorre e si gode della vertigine di essere profondamente diversi.

8. Sulla dittatura della famiglia perfetta

Domanda: Tu descrivi i genitori di oggi come dei manager aziendali ossessionati dal produrre il "figlio di successo". Per abbattere l'ansia da prestazione educativa, suggerisci di passare dalla figura dell'ingegnere a quella del giardiniere, che accetta l'imprevisto. Ma se il giardino si riempie di erbacce e il figlio fallisce, non è forse un fallimento anche per chi ha seminato?

Risposta: I figli non sono progetti ingegneristici da realizzare, ma persone e misteri da scoprire; pertanto l'educazione non è il controllo di una produzione, ma l'accompagnamento di una libertà. Il genitore-giardiniere prepara il terreno, zappa e protegge dal gelo, ma è consapevole che la crescita della pianta ha tempi e moti interiori propri, che sfuggono al suo controllo. Se arrives una grandinata sotto forma di crisi, trauma o brutto voto, l'esito non è un errore di calcolo che condanna il genitore al fallimento. Il genitore autentico non smette di curare il giardino dopo le avversità, semplicemente perché ama la pianta in sé, e non il raccolto che essa produce.

9. Sulla nevrosi dell'efficienza e del controllo

Domanda: Cosa c'è di male nell'essere organizzati? Tu critichi ferocemente le coppie che ottimizzano i tempi gestendo la famiglia come un'azienda. Arrivi a proporre l'inefficienza e la teoria dello "spreco" come cura. Ma in una vita in cui corriamo tutti, perdere tempo sul divano non è un lusso che semplicemente non possiamo più permetterci?

Risposta: L'efficienza è un principio vitale per un magazzino, ma è mortale per l'amore. Organizzare tutto in modo logistico elimina la "frizione", cioè l'imprevisto, la deviazione e il tempo dell'incontro, trasformando i partner in semplici coinquilini funzionali e uccidendo il mistero indispensabile all'eros. L'amore richiede non il Chronos (il tempo dell'orologio da misurare e ottimizzare), ma il Kairos (il momento di grazia non misurabile). L'amore stesso è uno "spreco" improduttivo: passare due ore a chiacchierare sul divano non produce un utile aziendale, ma è l'unico sistema conosciuto per generare quel bene vitale che si chiama "Noi".

10. Su ruoli, libertà e il dogma del 50/50

Domanda: Chiudiamo con la provocazione più forte. Per smontare il mito della coppia democratica al cinquanta e cinquanta, hai osato usare una parola impronunciabile: "sottomissione". Anche se la spieghi con l'etimologia del "mettersi sotto" per fare da fondamenta all'altro, non credi che sia un termine troppo pericoloso da sdoganare oggi, un vero e proprio affronto alla parità assoluta?

Risposta: L'affronto reale alla pace della coppia è proprio la nevrosi del 50/50, che annulla ogni forma di delega e genera una "Fatica decisionale" che esaurisce le energie ed uccide la libido. La sottomissione relazionale intesa come "mettersi sotto" (da sub-mittere) non indica schiavitù o un ritorno al patriarcato, ma è il coraggio adulto di farsi pilastro e fondamenta. Significa assumersi il peso dell'incertezza e della responsabilità in un'area specifica in cui si ha maggior talento (vantaggio comparato), permettendo all'altro partner di potersi affidare e riposare. Questa asimmetria funzionale e disinteressata non toglie dignità, ma rende la coppia anti-fragile di fronte agli urti della vita.
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Divorziare dalle Illusioni: 10 domande (senza filtri) sulla vita di coppia- Presentazione del 7 agosto 2026

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